
LA RICAMATRICE D’ASSENZE – A Tu per Tu con l’autrice
– Com’è nata la tua passione per la scrittura? È la tua occupazione principale?
Scrivere non è la mia occupazione principale, ma è da sempre una parte silenziosa di me. Una parte che prende vita nei momenti in cui il mondo sembra troppo rumoroso per essere affrontato a voce alta.
Non scrivo per mestiere, ma per esigenza. Scrivere è quel gesto che compio per indagarmi, per guardare le cose da lontano e sentirle più vicine. È ciò che mi tiene connessa a ciò che non riesco a dire e che respira attraverso le pagine.
– Una breve trama del romanzo.
La Ricamatrice d’Assenze è un romanzo epistolare che intreccia due voci: quella di Anna, provata da un lutto e dalla saggezza della sua età e quella di Dafne, un’anima ferita che affida i propri pensieri a biglietti lasciati in una fessura di un muro.
Senza incontrarsi fisicamente le loro vite si sfiorano, si specchiano, si completano in modi che né l’una né l’altra immaginavano prevedere.
– La narrazione è particolare, alternata, spesso a specchio. È stato difficile da costruire?
Abbastanza. Anna e Dafne dovevano avere voci distinte, ma un filo sotterraneo che le unisse. Era importante che non sembrassero due versioni della stessa persona., ma due persone con vedute diverse su ogni singolo argomento
La difficoltà più grande è stata passare da un personaggio all’altro senza perdere la coerenza ed il filo, mantenendo quella giusta tensione emotiva che ci si aspetta di trovare leggendo il libro, augurandomi senza aver tempo di annoiarsi
– I messaggi nel muro sono un’idea molto particolare. Da dove viene? Perché Dafne lascia quei messaggi? Chi è davvero?
I messaggi sono un ponte. Un gesto silenzioso ma disperato per non perdersi del tutto e per non perdere i ricordi dell’intera vita.
L’idea nasce da un’immagine suggeritami da un sogno. Dafne scrive perché, in tal modo, è più facile raccontarsi ed essere sincere verso sé stesse
Anna, trovando quei messaggi, diventa la lettrice che tutti noi speriamo di incontrare
– In senso più ampio, questo rappresenta anche il legame tra scrittore e lettore, non trovi?
Sì, esattamente. Scrivere è sempre un atto di fiducia. È lanciare un messaggio nel vuoto, confidando che da qualche parte qualcuno, leggendo, vi si senta parte.
Una lettrice una volta mi ha scritto che in ogni libro trova un frammento di sé, anche quando la storia non le appartiene.
Credo che La Ricamatrice d’Assenze parli proprio a quel tipo di lettori: quelli che non cercano solo trame, ma riconoscimenti emotivi universali.
– I temi trattati sono molto forti: lutto, abusi, disturbi alimentari, relazioni tossiche… ma c’è delicatezza nella scrittura.
Ho scelto di toccare il dolore senza mai esporlo con violenza. Ogni tema attraversato – il lutto, la dipendenza emotiva, l’anoressia, le relazioni tossiche – non devono essere usati per servirsi della facile via dello scandalo, ma per aprire un varco di consapevolezza.
La storia di Dafne segue uno schema classico: una bambina giudicata, inadeguata, figlia di una madre spezzata e di un padre assente, che cresce cercando nell’amore ciò che non ha mai avuto.
Dafne è un nome simbolico: richiama la ninfa che si trasforma per non essere violata. E anche la mia Dafne cambia forma, si svuota, si spezza. Ma non scompare a sostegno del suo nome, che è anche quello dai centri antiviolenza di rete nazionale.
– Il passaggio sull’anoressia è molto potente. È narrato con un’immagine struggente.
Dafne si racconta come un albero spoglio. Ha perso foglie, colori, carne. Eppure, resiste!
Le sue vene diventano radici in cerca di un terreno sicuro. È sopravvissuta a sé stessa, nel guscio vuoto che si porta addosso come rifugio.
Anche nella fame, nel dolore, nel silenzio, ha conservato la capacità di accogliere. E quel filo fragile che l’ha tenuta in vita, pagina dopo pagina, diventa una promessa di rinascita
– Il romanzo mostra anche la forza delle amicizie, della comunità e l’amore profondo per delle persone di famiglia.
Sì, volevo spezzare il mito della solitudine assoluta. Anche nei momenti peggiori, esistono mani che ti tengono. A volte sono quelle che meno ti aspetti: una vicina, un’amica d’infanzia, un paese che ti conosce.
E poi ci sono loro, la famiglia di Dafne, le figure portanti della sua rinascita.
– Le vie di fuga sono fondamentali: la musica, la scrittura, la fotografia. La definizione che dai di quest’ultima è struggente.
La fotografia è lo specchio che Dafne ha il coraggio di guardare e che la riflette com’è.
Attraverso l’obiettivo, Dafne si riappropria della propria immagine. E’ la riconciliazione, la pace.
La fotografia, per lei, non è solo arte. È la promessa che, anche nei giorni più bui, ci sarà sempre un frammento di luce da catturare.
– Una delle riflessioni più forti riguarda il destino. “E se le cose fossero comunque andate così?”
È un pensiero che ritorna spesso nella storia, così come succede che capiti a chiunque di noi almeno una volta nella vita.
Dafne s’interroga su cosa sarebbe stata la propria se avesse avuto un’altra famiglia, un altro nome, un altro passato, non escludendo il fatto che tutto avrebbe comunque potuto svolgersi senza alcun cambiamento
È una riflessione crudele e dolcissima insieme
– Nella parte finale si respira speranza, luce, rinascita.
Sì, non avrei lasciato Dafne nell’agonia di tutta quella sofferenza.
Così inizia un viaggio – dentro e fuori – che la porta lontano, ma soprattutto la riporta a sé.
Non è un lieto fine nel senso classico, ma l’inizio di qualcosa di più forte. Perché gli inizi a volte sono più preziosi delle conclusioni.
– Il finale è particolare, anche se non possiamo svelarlo.
Lasciamolo nel silenzio. Alcune pagine devono essere scoperte da chi legge, senza anticipazioni.
Ci sono finali che funzionano solo se ci si arriva col battito giusto. E, anche io che l’ho scritto, ogni volta che lo rileggo mi commuovo.
– Tante frasi colpiscono. Sembrano piccoli promemoria d’anima.
Le frasi non sono mai nate come citazioni. Sono pensieri della protagonista, appunti sparsi.
“Ci vuole molta forza per essere luce, quando dentro si è tempesta.”
“Alla ragazza che sono stata devo delle scuse.”
“Alla donna che sono, un promemoria: ricordati delle tue ali.”
Non le ho scritte per lasciare il segno. Ma spero che, a qualcuno, restino dentro come parole da portarsi dietro nei giorni faticosi.
– Il titolo è poetico e potente. Racconta tutto.
Ricamatrice d’Assenze è chi cuce il vuoto, chi prende ciò che manca e riprova a tessere il proprio tessuto con semplicemente con “ago e filo”
Non per cancellare le ferite, ma per riconoscerle e attraversarle.
– Non è un libro di svago. Era tua intenzione trasmettere un messaggio forte?
Assolutamente sì.
Non volevo distrarre. Volevo accogliere. Dare voce a quelle esperienze che spesso restano taciute.
È un romanzo che chiede tempo e ascolto, ma che restituisce compagnia.
Chi lo legge non è spettatore, è parte del ricamo.
– Ora che è uscito, come ti senti? Stai già lavorando a qualcos’altro?
Mi sento fiera. Come chi lascia una parte di quel che pensa al centro di una piazza. Non vorrei che le persone lo leggessero per obbligo, ma perché – ognuno a suo modo – ci trovasse del suo.
Ora sto lavorando a degli albi illustrati e a un nuovo progetto, completamente diverso. Una storia per ragazzi, pensata per la collana Il Battello a Vapore.
Un’altra voce, un altro mondo. Ma in fondo, ogni storia, anche quando cambia tono, resta una lettera lasciata nel muro.
Basta che qualcuno abbia piacere di trovarla.
Vi aspetto alle presentazioni pubbliche!